Lega al centro
L’incontro tra Gianfranco Fini e Umberto Bossi è durato un’oretta e non è stato sufficiente a sbloccare la situazione politica. Il tentativo di mediazione cui il leader leghista si è prestato, forse contro la sua natura, ha comunque il merito di segnalare la centralità della Lega, che è stata in realtà quasi sempre decisiva nel corso degli ultimi vent’anni. Dalle scelte future della Lega, per ora largamente indecifrabili, dipenderà molto del prossimo assetto politico nazionale. Leggi Bossi apre al Berlusconi bis, Fini vuole prima le dimissioni del Cav.

L’incontro tra Gianfranco Fini e Umberto Bossi è durato un’oretta e non è stato sufficiente a sbloccare la situazione politica. Il tentativo di mediazione cui il leader leghista si è prestato, forse contro la sua natura, ha comunque il merito di segnalare la centralità della Lega, che è stata in realtà quasi sempre decisiva nel corso degli ultimi vent’anni. Dalle scelte future della Lega, per ora largamente indecifrabili, dipenderà molto del prossimo assetto politico nazionale. Sembra strano, soprattutto a chi è abituato alle descrizioni di comodo del partito di Bossi, che un movimento localistico, ritenuto espressione delle più rozze aspirazioni delle popolazioni delle valli prealpine, abbia potuto esercitare una funzione così rilevante.
Intendere la natura di questo movimento, in realtà, è tutt’altro che semplice, perché la sua forza nasce dalla capacità di far convivere tendenze contrastanti, incanalandole su obiettivi e parole d’ordine comprensibili e apparentemente elementari. In questo la Lega esprime, in termini politici, una caratteristica peculiare di un territorio che ha un forte ancoraggio alle proprie radici e contemporaneamente rappresenta la parte del paese più aperta all’internazionalizzazione e all’innovazione. L’altro aspetto che si riflette nella Lega è il rapporto contraddittorio delle popolazioni settentrionali con lo stato, al quale si chiede di garantire le condizioni esterne dell’attività economica, ma che insospettisce quando si intromette direttamente nelle scelte o pone ostacoli alla crescita “anomica” delle attività. Si tratta di una caratteristica costante in tutta la vicenda nazionale unitaria. E’ questa distanza critica dallo stato centrale che generò l’espressione che definiva Milano “capitale morale”. E che, nei momenti di crisi, portò alla contrapposizione tra il paese “reale” e quello “legale” (inventata da don Davide Albertario durante le agitazioni milanesi della fine del XIX secolo).
Intendere la natura di questo movimento, in realtà, è tutt’altro che semplice, perché la sua forza nasce dalla capacità di far convivere tendenze contrastanti, incanalandole su obiettivi e parole d’ordine comprensibili e apparentemente elementari. In questo la Lega esprime, in termini politici, una caratteristica peculiare di un territorio che ha un forte ancoraggio alle proprie radici e contemporaneamente rappresenta la parte del paese più aperta all’internazionalizzazione e all’innovazione. L’altro aspetto che si riflette nella Lega è il rapporto contraddittorio delle popolazioni settentrionali con lo stato, al quale si chiede di garantire le condizioni esterne dell’attività economica, ma che insospettisce quando si intromette direttamente nelle scelte o pone ostacoli alla crescita “anomica” delle attività. Si tratta di una caratteristica costante in tutta la vicenda nazionale unitaria. E’ questa distanza critica dallo stato centrale che generò l’espressione che definiva Milano “capitale morale”. E che, nei momenti di crisi, portò alla contrapposizione tra il paese “reale” e quello “legale” (inventata da don Davide Albertario durante le agitazioni milanesi della fine del XIX secolo).
Questo senso di distanza subì una torsione paradossale dopo il ’68. Dalla lotta contro lo stato borghese che “si abbatte e non si cambia”, si arrivò rapidamente a una abolizione della distanza critica tra stato e società, che è stata una delle ragioni della dissidenza leghista prima e del fenomeno berlusconiano poi. Le comuni origini dei due movimenti hanno portato a fasi alterne di competizione e di alleanza. Ma alla fine l’opportunità di mutare la protesta territoriale in trasformazione istituzionale ha fatto prevalere (ma forse non definitivamente) l’interesse comune all’alleanza. Che che resta comunque essenzialmente di vertice, visto che la base leghista tollera a fatica i vincoli che derivano da una coalizione e dalle esigenze obiettive di governo equilibrato dell’economia, ed è da mesi scontenta e in subbuglio.
Tuttavia proprio il forte radicamento territoriale ha consentito alla Lega di muoversi con una grande agilità nell’agone politico “romano”. Il principale merito di Bossi è stato quello di saper promuovere riforme incisive, come per esempio quelle che Roberto Maroni ha gestito sul piano delle relazioni sociali, rompendo l’immobilismo di un sistema paralizzato attraverso la legge Biagi sul mercato del lavoro e poi quella delle pensioni, e su quello della sicurezza con i provvedimenti antimafia e sull’ordine pubblico. Sul tema più caratteristico, quello della trasformazione del sistema istituzionale da centralistico in federale, invece, i risultati tardano a venire e questo ha indotto Bossi e Roberto Calderoli a cercare una strada di coinvolgimento di altri interlocutori, esterni all’area settentrionale e al recinto della maggioranza di governo.
Ora lo sfarinamento della maggioranza rischia di riportare indietro il processo riformatore, e questo spiega la scelta di Bossi di rinunciare al mantra delle “elezioni subito”, assai popolare nella base leghista anche per via delle ottime aspettative di voto, per cercare una mediazione al limite dell’impossibile. Non è ancora possibile capire se questo sforzo arriverà al punto di chiedere a Berlusconi di affrontare il rischio di una crisi senza sbocchi predeterminati, ma è evidente che la Lega, anche con questo tentativo, conferma una notevole agilità tattica, il che le consentirà in ogni caso di mantenere il ruolo di motore riformatore di qualsiasi alleanza politica alla quale potrà decidere di partecipare.
Tuttavia proprio il forte radicamento territoriale ha consentito alla Lega di muoversi con una grande agilità nell’agone politico “romano”. Il principale merito di Bossi è stato quello di saper promuovere riforme incisive, come per esempio quelle che Roberto Maroni ha gestito sul piano delle relazioni sociali, rompendo l’immobilismo di un sistema paralizzato attraverso la legge Biagi sul mercato del lavoro e poi quella delle pensioni, e su quello della sicurezza con i provvedimenti antimafia e sull’ordine pubblico. Sul tema più caratteristico, quello della trasformazione del sistema istituzionale da centralistico in federale, invece, i risultati tardano a venire e questo ha indotto Bossi e Roberto Calderoli a cercare una strada di coinvolgimento di altri interlocutori, esterni all’area settentrionale e al recinto della maggioranza di governo.
Ora lo sfarinamento della maggioranza rischia di riportare indietro il processo riformatore, e questo spiega la scelta di Bossi di rinunciare al mantra delle “elezioni subito”, assai popolare nella base leghista anche per via delle ottime aspettative di voto, per cercare una mediazione al limite dell’impossibile. Non è ancora possibile capire se questo sforzo arriverà al punto di chiedere a Berlusconi di affrontare il rischio di una crisi senza sbocchi predeterminati, ma è evidente che la Lega, anche con questo tentativo, conferma una notevole agilità tattica, il che le consentirà in ogni caso di mantenere il ruolo di motore riformatore di qualsiasi alleanza politica alla quale potrà decidere di partecipare.